pexels-photo-65060Ogni famiglia, ogni città, ogni nazione ha la sua tradizione per Natale. Io nella fattispecie sono un ibrido, ho origini meridionali e Toscane allo stesso tempo quindi per me non erano le feste di natale ma le “nataliadi”. Tutto iniziava il 24 sera, la vigilia: tartine al salmone con gelatina, crostini toscani e panettone salato, come da tradizione gli spaghetti alle vongole e da qui partiva il classico dibattito fra le donne di casa “bianchi o rossi?!”…superato abilmente anche questo dilemma esistenziale era il momento dei secondi…capitone in umido, salmone rosolato, baccalà e come contorno torta di scarola (che io ho iniziato a mangiare all’età di 11 anni quando ho imparato ad apprezzare i capperi e l’amarognolo di tale verdura), verdure varie in qualsivoglia forma. Dopo questa sequela di portate, iniziava la fase post-cena pre-dolci con la rituale frase di mia nonna “apriamo un regalo per i bambini” dettata più dalla sua curiosità che dalla nostra reale voglia di riceverlo in quel momento. Poi, mentre gli invitati a fiato rotto esordivano con “ho mangiato troppo, sto per esplodere, Rosalba hai fatto troppe cose”, ecco, arrivano i dolci sui quali tutti i commensali , noncuranti delle loro affermazioni ancora nell’aria, si lanciavano a capochino. Struffoli, zeppole, pandori, panettoni, mandarini, noci e frutta secca. Adoro il Natale. Questo è solo il mio esempio di Natale, ogni famiglia ha i suoi piatti, i suoi rituali, le frasi senza le quali non è Natale, i dibattiti a tavola su quanti capperi o vino mettere nell’impasto dei fegatini, se andare o no alla messa di Mezzanotte e quella impazienza di scartare il regalo per vedere cosa mai quest’anno i tuoi amici, parenti o compagni si saranno ingegnati a regalare.

 

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